Alberi e microbi: pubblicata la mappa mondiale delle simbiosi



Grazie a un lavoro di ricerca e analisi durato anni, con 28.000 specie di alberi catalogate in oltre un milione di siti disseminati in tutto il mondo, oggi possiamo dire di aver compiuto un grande passo in avanti verso la conoscenza delle foreste del nostro pianeta. In particolare, su come funzionano oggi e come reagiranno domani al cambiamento climatico in atto. La cartina di tornasole è una mappa che mostra la distribuzione delle simbiosi tra funghi, batteri e piante nelle foreste del mondo. Qualcosa di mai visto, finora, su scala globale.

La ricerca, che come primi autori ha dei ricercatori di Stanford, è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature (è il servizio di copertina del numero del 16 maggio 2019) e ha avuto un importante contributo anche dall’Italia con la Fondazione Edmund Mach e il Muse, il Museo delle scienze di Trento.

Il risultato più evidente di questo studio sono tre colorate mappe del mondo che mostrano in che modo sono distribuite le tre maggiori relazioni simbiotiche tra piante e microbi.

Tra queste c’è

la micorriza, la più diffusa alle nostre latitudini, nella quale il fungo aiuta la pianta a trovare le sostanze nutritive e l’acqua di cui ha bisogno e, in cambio, ottiene il carbonio inorganico che gli consente di crescere.

“Grazie alla mappa che siamo riusciti a creare abbiamo scoperto che il clima ha un ruolo decisivo nel processo di decomposizione – spiega a National Geographic Francesco Rovero, docente di ecologia all’università di Firenze e collaboratore del Muse – a seconda della latitudine la distribuzione delle simbiosi cambia in modo molto preciso, tanto che siamo riusciti a individuare una regola biologica che abbiamo chiamato regola di Read” in onore del botanico sir David Read (vivente), che per primo aveva intuito la relazione tra il tipo di simbiosi e il clima. “Siamo riusciti a confermare ciò che lui aveva teorizzato in maniera empirica – aggiunge Rovero – non ci aspettavamo di trovare una correlazione così netta. In natura è sempre tutto molto più sfumato, è difficile trovare ricorrenze tanto chiare da permetterti di trovare una regola”.

Per arrivare a una mappa così vasta sono occorsi anni di lavoro. Rovero e alcuni suoi colleghi dell’università di Firenze si sono occupati della Tanzania dove hanno raccolto dati tra il 2009 e il 2014. “Avevamo a disposizione sei quadrati di foresta da un ettaro l’uno. Lì abbiamo classificato per specie tutti gli alberi dai 10 centimetri di diametro in su assegnando loro una latitudine e una longitudine”. Le informazioni raccolte nel continente africano hanno avuto un peso specifico importante perché, mentre per Nord America ed Europa i dati abbondano, sulla mappa i puntini in corrispondenza dell’Africa sono molto più radi.

Una volta classificati gli alberi i dati sono stati raccolti e analizzati a Stanford. “A quel punto si è trattato di mettere insieme i punti: sapevamo già quale simbiosi utilizza ogni specie di albero in un determinato clima”.

La mappa mondiale delle simbiosi ha permesso ai ricercatori anche di costruire un modello previsionale su cosa accadrà con l’aumentare del riscaldamento globale. E i risultati non sono incoraggianti: se le attuali emissioni di carbonio dovessero rimanere inalterate, entro il 2070 le simbiosi cambieranno e, soprattutto nelle regioni fredde del pianeta, questo implicherebbe una riduzione del 10% nella biomassa degli alberi.

“In sostanza, le simbiosi aumentano la capacità di una pianta di assorbire elementi e, quindi, di crescere. Se la temperatura aumenta, alcuni di questi processi vengono inibiti o alterati. Al punto che la pianta cresce meno”, precisa Rovero. Considerato il ruolo fondamentale che hanno le foreste nello stoccaggio del carbonio, la diminuzione della crescita degli alberi non farebbe che alimentare il circolo vizioso.

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