La rilettura della storia geologica svela un continente perduto



Facendo un’escursione lungo le catene montuose sparse intorno al Mare Adriatico, può capitare di arrampicarsi sui resti accartocciati di un continente perduto da molto tempo.

Questo mese gli scienziati riportano, sulla rivista Gondwana Research, che questo miscuglio roccioso non è altro che il resto di un pezzo di crosta continentale delle dimensioni della Groenlandia, demolito milioni di anni fa. La storia della fine del continente fa parte di un nuovo studio che ricostruisce gli ultimi 240 milioni di anni di storia della tettonica del Mediterraneo con dettagli senza precedenti.

Il modello mostra come questo continente si sia prima separato dalle attuali Spagna, Francia meridionale e Africa settentrionale, formando una massa separata che il gruppo di ricerca ha chiamato Adria Maggiore. E mentre le placche rocciose del pianeta continuavano a muoversi inesorabilmente, questo continente è poi precipitato in diverse zone di subduzione, le voragini geologiche distruttive della Terra.

Mentre si tuffava nelle profondità del mantello, lo strato superiore del continente è stato spianato, come una colossale mela sbucciata da un titano. I residui sono stati scaricati sui piani sovrastanti, formando le Alpi,

i Balcani e le future montagne presenti lungo la spina dorsale dell’Italia, della Turchia e della Grecia.

Diverse parti del continente però evitarono sia la rasatura sia la lenta distruzione dovuta alla subduzione. Questi resti intatti dell’Adria Maggiore si trovano oggi sopra il tacco dello stivale dell’Italia, sparpagliati da Torino a Venezia e nella regione istriana della Croazia, il che significa che è possibile fare una gita sui resti di un continente perduto.

La ricostruzione di questa parte del nostro passato geologico è la chiave di volta per capire il presente, afferma il leader dello studio Douwe van Hinsbergen, esperto di Tettonica e Geografia Antica all’Università di Utrecht.

Egli afferma che “tutto ciò che si vede intorno, che non sia costituito da legno o tessuto, è stato trovato dai geologi nelle montagne”. Minerali e metalli ora vitali per la civiltà possono essere trovati all’interno di questi picchi e, nel tempo, i loro giacimenti nascosti interconnessi sono stati frammentati dalla tettonica a zolle.

I modelli come quello contenuto nel nuovo studio possono permetterci di tornare indietro nel tempo e guardare come sia avvenuta questa dissezione. Se un deposito di rame, ad esempio, viene trovato in un paese, le ricostruzioni ci consentono di capire dove potrebbero essere finiti i frammenti un tempo collegati tra di loro, creando delle mappe del tesoro dell’era moderna.

Ricsotruire il puzzle

Determinare l’evoluzione geologica del Mediterraneo dal periodo Triassico ha presentato alcune serie sfide. Gli scienziati hanno una vasta conoscenza di alcuni periodi della storia della tettonica regionale, ma adesso il puzzle geologico ha generato un’analisi dettagliata e complessa.

“Il Mediterraneo è simile ad un miscuglio informe”, afferma Robert Stern, un esperto di tettonica a zolle dell’Università del Texas a Dallas, non coinvolto nel lavoro.

All’interno di questa regione disordinata, diversi geologi avevano precedentemente trovato tracce dell’esistenza di un continente perduto, ma i dettagli chiave della sua storia si sono rivelati sfuggenti. I suoi resti sono sparsi in circa 30 paesi, ognuno con i propri modelli, mappe, tecniche di rilevamento e terminologie. Nella letteratura il continente aveva persino una serie di possibili nomi.

Per risolvere la questione, il team ha trascorso 10 anni a raccogliere un’enorme mole di dati geologici e geofisici da tutta la regione e collegarli al loro modello, utilizzando un software chiamato GPlates. Negli ultimi 15 anni circa, questo software, che Van Hinsbergen descrive come “relativamente a prova di stupidi”, ha permesso una visualizzazione e una messa a punto più dettagliata dei sistemi di tettonica a zolle. Il minuzioso processo messo a punto dal team ha rivelato i capitoli mancanti del complicato girovagare di questo continente perduto.

Circa 240 milioni di anni fa, Adria Maggiore faceva parte del supercontinente Pangea, schiacciato contro l’attuale Africa settentrionale, la Spagna e la Francia meridionale. Si staccò dall’Africa dopo 20 milioni di anni e si separò dalla Francia e dalla Spagna dopo 40 milioni di anni per diventare un continente isolato.
Sebbene la sua geografia per ora non sia ancora chiara, si può ipotizzare che fosse un po’ come il continente in gran parte sommerso della Zelanda, con pezzi di terra (in questo caso, la Nuova Zelanda e la Nuova Caledonia) che spuntavano dal mare. Potrebbe anche essere successo come per le Florida Keys, con un arcipelago di isole non vulcaniche sul mare.

Sforzo monumentale

La distruzione di Adria Maggiore è iniziata 100 milioni di anni fa, quando incontrò l’attuale Europa meridionale, e alcune sue parti si inabissarono sotto una serie di piastre in tutta la regione. Questa subduzione sparpagliata del continente significa che “ogni piccolo pezzo ha una storia particolare”, afferma van Hinsbergen. E finisce con l’attuale, caotico, Mediterraneo.

Tuttavia, afferma van Hinsbergen, “se i continenti scompaiono, tendono a lasciare dei segni”, incluse le cicatrici della nascita delle montagne.

Si possono creare delle montagne quando due continenti si scontrano, come è successo alla catena montuosa dell’Himalaya. Ma per crearle non sempre c’è bisogno di una zona di collisione. Secondo Stern, può succedere che le piastre di subduzione subiscano una levigazione dei loro strati superiori da parte dalla piastra superiore, e che i residui si possano poi sgretolare e accumulare fino a formare delle montagne.

Secondo van Hinsbergen, questo principio è vitale per la ricostruzione del passato del Mediterraneo. I geologi possono far combaciare i resti delle costruzioni montuose che si trovano attualmente lungo la sezione della lastra originale, inghiottita dal mantello sottostante, il che consente loro di modellare più precisamente i pezzi dell’antico puzzle.

Secondo il geofisico Dietmar Müller, co-leader del Progetto EarthByte – il gruppo di ricerca che ha sviluppato GPlates presso l’Università di Sydney – questo lavoro è stato “certamente un’impresa monumentale”. Lo sforzo intrapreso è paragonabile a quello necessario per la ricostruzione, da parte del suo gruppo, della storia tettonica dell’intero pianeta, e ritiene che, ciò che questa nuova opera ha perso su grande scala, sia stata compensata dai suoi dettagli mozzafiato.

Scoperto in Canada un nuovo pterosauro del Cretaceo



Nel Parco provinciale dei dinosauri, nello stato dell’Alberta, in Canada, i paleontologi hanno scoperto un nuovo genere di pterosauro volante con un’apertura alare che raggiungeva quasi cinque metri. Il rettile, Cryodrakon boreas, soprannominato “drago di ghiaccio”, viveva nell’attuale Canada occidentale circa 76 milioni di anni fa, nel Cretaceo.

“Quando era ancora in vita non era un ‘drago di ghiaccio'”, osserva Mike Habib, paleontologo della University of Southern California di Los Angeles. “Il clima che caratterizzava l’ambiente in cui viveva questo rettile volante era temperato, con una temperatura molto più alta di quella dell’attuale Alberta centrale”.

I fossili di pterosauro sono noti agli scienziati da oltre tre decenni ma, come annunciano i ricercatori su Journal of Vertebrate Paleontology, solo adesso è stato confermato questo nuovo genere.

“È straordinario per me, in quanto paleontologo canadese esperto di pterosauri, sapere che adesso questo rettile vissuto nel Cretaceo ha un nome”, afferma Liz Martin-Silverstone, paleontologo e ricercatore associato all’Università

di Bristol, non coinvolto nello studio.

Per molto tempo, i paleontologi avevano invece ipotizzato che i fossili appartenessero a uno pterosauro chiamato Quetzalcoatlus northropi, afferma Dave Hone, paleontologo della Queen Mary University of London, fra gli autori dello studio. Entrambi gli esemplari appartengono alla famiglia Azhdarchidae, che si contraddistingue per avere una grande testa e da un lungo collo.

Gli azharchidi raggiungevano inoltre dimensioni considerevoli, paragonabili a quelle di altri azharchidi come Quetzalcoatlus. Questi rettili, che volavano nell’attuale Texas, avevano un’apertura alare che superava i nove metri. E, quando invece camminavano – cosa che avveniva spesso – raggiungevano un’altezza alla spalla di quasi due metri e mezzo, simile a quella di alcune giraffe.

Grazie alla scoperta di Cryodrakon oggi sappiamo che in Nord America vivevano almeno due generi di grandi azharchidi, permettendoci così di ampliare la nostra conoscenza sulla biodiversità del passato e sulla dieta delle creature volanti più grandi del mondo.

Identità svelata

Lo scheletro parziale che identifica Cryodrakon è stato scoperto nel Parco provinciale dei dinosauri nel 1992. Ma per decenni la sua identità è rimasta sconosciuta a causa di un paradosso paleontologico: Quetzalcoatlus potrebbe essere l’azhdarchide meglio e peggio conosciuto al tempo stesso.

Sebbene Q. northropi sia stato descritto nel 1975, soltanto una delle sue ossa degli arti è stata studiata in modo approfondito. Gli scienziati che hanno analizzato i resti di questo rettile gigante non sono mai riusciti ad approfondire lo studio degli altri fossili. Per quarant’anni, il paleontologo Wann Langston si è impegnato nel completarne la descrizione, ma è morto nel 2013, lasciando il lavoro incompiuto. Adesso, un team internazionale sta cercando di completare il lavoro.

Nel frattempo, i paleontologi nordamericani si sono ritrovati in una situazione di stallo: quando trovavano fossili che sembravano appartenere a un grande azhdarchide del Cretaceo, li attribuivano provvisoriamente a Quetzalcoatlus, poiché non avevano a disposizione abbastanza informazioni su Quetzalcoatlus da poter affermare qualcosa di diverso.

“Ci si è ritrovati in questa strana situazione in cui Quetzalcoatlus è fondamentalmente il primo azhdarchide ad avere un nome, e dunque è diventato un punto di riferimento per il gruppo, anche se non esiste ancora una sua descrizione adeguata”, dichiara Hone, che descrive la situazione come “un’infinita spirale senza soluzione”.

Due importanti fattori chiave hanno permesso di risolvere la questione. Negli ultimi 15 anni, i paleontologi hanno rinvenuto, in paesi come Francia, Marocco, Kazakistan, Ungheria, Romania, fossili riconducibili a diversi tipi di azhdarchidi, cosa che ha consentito di avere dei nuovi punti di riferimento per la biodiversità all’interno di questo gruppo di pterosauri. Da allora, un ristretto numero di ricercatori ha avuto la possibilità di osservare da vicino i fossili di Quetzalcoatlus, incluso Habib, che ha misurato le sue ossa per ricostruire il meccanismo del volo.

Per avere dei termini di paragone, Habib ha visitato il Royal Tyrrell Museum in Canada per osservare lo scheletro parziale dello pterosauro portato alla luce nel 1992, che comprende l’osso di un arto che si inserisce fra i fossili meglio preservati al mondo.

I resti in principio hanno fatto clamore perché caratterizzati da tagli, ma anche per la presenza di un dente incastonato che sembra provenire da un saprofago, molto probabilmente un parente di Velociraptor. Ma Habib ha presto scoperto caratteristiche ancora più interessanti. E più paragonava Quetzalcoatlus al fossile canadese, più aumentava in lui il sospetto che non si trattasse affatto di Quetzalcoatlus.

Drago di ghiaccio

Poiché quello scoperto in Canada è uno scheletro parziale, Hone aveva abbastanza materiale per posizionare lo pterosauro nell’albero genealogico degli azdarchidi. Lo studioso ha dunque approfondito lo studio delle vertebre cervicali, le cui estremità sono attraversate da fori attraverso cui un tempo i sacchi aeriferi entravano all’interno dell’osso.

La disposizione di questi fori può aiutare gli scienziati a distinguere le specie di pterosauri. E quando Habib, Hone e François Therrien, paleontologo del Royal Tyrrell Museum, hanno confrontato quelli presenti nelle vertebre cervicali dello pterosauro canadese con quelli di tutti gli altri azhdarchidi noti, hanno scoperto che quelli di Cryodrakon boreas erano disposti in modo particolare, che si distingueva dagli altri.

Il nuovo pterosauro Cryodrakon boreas è stato soprannominato “il drago di ghiaccio dei venti del Nord”, in riferimento all’attuale clima della regione in cui questo rettile un tempo viveva. Habib, fan della serie Il Trono di Spade, aveva anche suggerito Cryodrakon viserion, che rimandava al nome del drago di ghiaccio della serie, ma anche alla straordinarie proporzioni di questa creatura.

Il principale fossile di riferimento per identificare Cryodrakon apparteneva a un singolo pterosauro che aveva un’apertura alare di quasi cinque metri. Ma i ricercatori hanno capito che un fossile separato dal resto, conservato al Royal Tyrrell Museum – un osso frammentato di circa 40 centimetri – era la parte centrale di una vertebra cervicale di un azdarchide che probabilmente aveva un’apertura alare di circa nove metri.

In assenza delle estremità, per anni è stato difficile identificare la vertebra: i paleontologi l’avevano perfino descritta provvisoriamente come un osso della gamba. Poiché il fossile è frammentario, i ricercatori non sono in grado di dire con certezza se appartenga a Cryodrakon, ma sono invece certi che la vertebra cervicale provenga da un azhdarchide, e Cryodrakon è finora l’unico azhdarchide noto vissuto in quell’area e risalente a quel periodo.

“In questa formazione del Parco provinciale dei dinosauri c’è un azharchide con un’apertura alare di 9-10 metri; indipendentemente dal fatto che sia dello stesso gruppo dell’esemplare che abbiamo descritto, cosa che non possiamo affermare con certezza”, dichiara Hone. “È come se in Africa si trovasse il dente di un felino gigante e si ipotizzasse appartenere a un grande leone, ma non avendo ritrovato il resto dello scheletro, è impossibile darlo per certo”.

Martin-Silverstone concorda con il fatto di essere cauti: “Avendo osservato questo esemplare, penso che abbiano ragione sul fatto che si tratti di una vertebra cervicale di azhdarchide, afferma. “Ma sarei molto più cauto nel dire che appartiene a Cryodrakon, poiché non c’è nessuna evidenza a supporto di questa affermazione.

Ulteriori studi su Cryodrakon potrebbero aiutare a svelare il mistero e aggiungere ulteriori indizi riguardanti lo stile di vita di questo grande pterosauro. Habib, per esempio, intende ancora utilizzare le misure degli arti per comprendere come volava.

Analisi future potrebbero persino investigare più a fondo le ossa del pterosauro. Taissa Rodrigues, paleontologa della Federal University of Espírito Santo, in Brasile, non coinvolta nello studio, afferma che studiare sezioni sottili di ossa di Cryodrakon potrebbe rivelare le fasi della crescita dello pterosauro. Attraverso la scoperta di nuovi fossili – aggiunge – si potrebbe persino dire se gli esemplari di Cryodrakon avessero dimensioni diverse in base al sesso.

“È fantastico, anche semplicemente perché ci rende consapevoli dei progressi che stiamo compiendo”

Un “condizionatore” nella testa del T.rex



Per evitare il surriscaldamento, animali di grandi dimensioni come elefanti e rinoceronti hanno dovuto sviluppare strategie per mantenere la temperatura del corpo bassa. E probabilmente anche dinosauri come Tyrannosaurus rex facevano lo stesso: secondo un nuovo studio, questi enormi carnivori per risolvere il problema della termoregolazione avevano sviluppato enormi “condizionatori” nella testa.

Il team di ricercatori guidato da Casey Holliday, paleontologo della University of Missouri School of Medicine, ha analizzato gli ampi fori presenti nella parte superiore del cranio dei dinosauri carnivori, la cosiddetta finestra temporale. Un attento studio anatomico ha rivelato che le cavità probabilmente contenevano tessuti ricchi di grasso e vasi sanguigni.

Come scrivono gli autori dello studio su The Anatomical Record, è possibile che tali strutture servissero a rilasciare calore nell’ambiente quando la temperatura del corpo dei dinosauri aumentava in modo eccessivo o ad assorbire calore quando invece si abbassava.

“Abbiamo scoperto che i grandi dinosauri

teropodi, ma anche persino dinosauri più piccoli come Velociraptor, avevano dei fori che probabilmente contenevano vasi sanguigni e che servivano per la regolazione termica del corpo”, afferma Holliday.

Strutture di raffreddamento
Per più di un secolo, i paleontologi hanno supposto che questi fori aiutassero a trattenere i muscoli della mascella in specie come T. rex, considerato che nei dinosauri e negli uccelli attuali queste cavità sono situate proprio davanti alle aperture in cui si inserivano i fasci di muscoli della mandibola.

“Quasi tutti presumevano che si trattasse semplicemente di zone che permettevano a questi muscoli di espandersi al loro interno”, dichiara Thomas Holtz, un esperto di tirannosauri della University of Maryland College Park, non coinvolto nello studio. Ma quando Holliday ha analizzato i fori presenti nel cranio di dinosauri, alligatori e altri animali, è arrivato alla conclusione che quella spiegazione non poteva essere corretta. Innanzitutto, se questi fori trattenevano la mascella di T. rex, il muscolo avrebbe dovuto alzarsi a partire dalla mascella, compiere un giro di 90 gradi e infine passare lungo il tetto del cranio. Inoltre, la superficie liscia dell’osso suggeriva che quello non era il punto di giunzione delle fibre muscolari e dei tendini.

Quando i ricercatori hanno studiato l’anatomia degli alligatori e degli uccelli – alcuni dei discendenti viventi più vicini ai dinosauri non aviani – si sono accorti invece che quest’area tendeva a riempirsi di grasso e vasi sanguigni. Proprio come lo scambiatore di calore del condizionatore, la struttura permetteva al sangue di irradiare o assorbire calore dall’ambiente.

Per verificare questa ipotesi, i ricercatori hanno osservato, al St. Augustine Alligator Farm Zoological Park della Florida, i crani di alligatori attuali servendosi di termocamere. Le immagini mostravano che in una stessa giornata l’area del cranio caratterizzata da fori era caratterizzata da temperature più alte o più basse rispetto al resto del cranio dell’animale, a seconda che quest’ultimo necessitasse di disperdere o assorbire calore.

“Una delle maggiori sfide fisiologiche dei grandi animali è quella di riuscire a disperdere calore”, afferma Holliday. “Se i grandi dinosauri teropodi erano animali a sangue caldo, allora è possibile che talvolta avessero difficoltà a dissipare calore”.
Per i grandi dinosauri teropodi come T. rex, grandi strutture capaci di abbassare la temperatura sarebbero state estremamente utili per mantenere costante la temperatura del cervello, soprattutto quando si alzava eccessivamente, prosegue Holtz.

Comunicare con altri dinosauri
In uno studio correlato pubblicato nel 2018, Jason Bourke, paleontologo del New York Institute of Technology, riporta come un gruppo di dinosauri corazzati, gli anchilosauri, fossero caratterizzati da passaggi nasali ampi e intricati ricchi di vasi sanguigni. Quando gli animali respiravano, questi vasi avrebbero contribuito a liberare nell’ambiente il calore in eccesso. Secondo Bourke la nuova ricerca è interessante, soprattutto perché il team da lui guidato non aveva invece trovato evidenze di simili passaggi nasali nei teropodi. “Questo nuovo studio suggerisce che i teropodi potrebbero aver regolato la temperatura del cervello e degli occhi”, afferma.

Holliday auspica che i risultati spingano altri ricercatori a verificare l’ipotesi dell’esistenza di questa struttura di raffreddamento. È inoltre possibile che una concentrazione di vasi sanguigni in questa regione del cranio possa aver contribuito al sostegno di strutture situate sulla testa di alcuni dinosauri che servivano a lanciare messaggi ad altri animali.

Nei dinosauri, tali strutture potrebbero anche essere state in proporzione più grandi di quelle osservate negli animali attuali, osserva Holliday. E in teropodi come T. rex, strutture ricche di vasi avrebbero occupato una vasta area nella parte superiore della testa. Holliday sottolinea inoltre che alcuni dinosauri con le corna, come Triceratops e Chasmosaurus, riportano tracce di simili strutture nel tetto del cranio, vicino alle pieghe presenti sul collo.

È possibile che nei dinosauri questa rete di vasi sanguigni permettesse di modificare il colore di alcune parti del corpo, allo scopo di comunicare con altri membri del gruppo.

In Toscana il primo monodontide fossile del Mediterraneo, antenato del beluga



È il primo monodontide fossile scoperto nel Mediterraneo. Dove i ricercatori mai si sarebbero aspettati di portare alla luce il cranio di un antenato del beluga e del narvalo, cetacei oggi confinati nelle gelide acque dell’Oceano Artico.
Cinque milioni di anni fa, all’inizio del Pliocene, Casatia thermophila – così è stato battezzato dai paleontologi dell’Università di Pisa autori della nuova scoperta – viveva invece lungo le coste della Toscana, con temperature che si avvicinavano a quelle tropicali. Il suo nome è un omaggio a Simone Casati, che nella zona ha effettuato numerosi ritrovamenti paleontologici.


Il ricercatore Simone Casati mentre scava un fossile nella Cava di Arcille (Grosseto). Fotografia di Giovanni Bianucci

Il cranio di questo antico cetaceo, che rappresenta un nuovo genere e una nuova specie di monodontide fossile, è stato rinvenuto in una cava di sabbia vicino ad Arcille, in provincia di Grosseto, nel corso di una campagna di scavo che ha coinvolto anche la Soprintendenza

per i beni archeologici della Toscana, il Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa e il Gruppo geopaleontologico GAMPS di Scandicci.
 
Lo studio è stato pubblicato su Journal of Vertebrate Paleontology 

 
Cava di Arcille (Grosseto) e cranio fossile di Casatia thermophila. Fotografia di Giovanni Bianucci

Una scoperta rara
Come spiegano gli autori dello studio, a causa della scarsità delle testimonianze fossili si sa ancora molto poco sull’evoluzione di questi cetacei. “Finora si conoscevano solo tre specie estinte di monodontidi – Denebola brachycephala, Bohaskaia monodontoides e Haborodelphis japonicus – note a partire da resti frammentari di un unico individuo. Il cranio di Arcille ci ha permesso di descrivere la quarta specie fossile al mondo di questa famiglia”, dichiara Giovanni Bianucci, paleontologo del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, fra gli autori dello studio.
 
Ed è stato il ritrovamento di altri fossili nella cava di Arcille, indicativi di un paleoambiente tropicale, a supportare la tesi secondo la quale Casatia thermophila nuotava insieme ad altri animali marini di acque tropicali, oggi estinti: lo squalo zambesi, lo squalo tigre, il marlin, oltre a esemplari di Metaxytherium subapenninum, antenato del dugongo (in basso nella prima illustrazione).

 
La ricercatrice Chiara Tinelli mentre scava un fossile ad Arcille (Grosseto). Fotografia di Giovanni Bianucci

“La scoperta è importante poiché rappresenta la conferma definitiva che i monodontidi ancestrali vivevano in ambienti tropicali – caratterizzati da praterie sottomarine in fondali bassi e in prossimità di una foce fluviale – e che le forme attuali si sono adattate alle acque fredde a partire da circa 2,6 milioni di anni fa, nel Quaternario, periodo interessato da glaciazioni e da un progressivo irrigidimento climatico”, prosegue Alberto Collareta, anche lui paleontologo dell’ateneo pisano e autore dello studio.

 
Il cranio fossile di Casatia thermophila nella sala del Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa. Fotografia di S. Battaglini

Un patrimonio paleontologico unico
“Lo studio aggiunge un ulteriore tassello alla comprensione dell’evoluzione della fauna marina nel Mediterraneo negli ultimi 5 milioni di anni e ci aiuta a capire come si sia arrivati a quella attuale, ricordandoci che in Italia abbiamo un patrimonio paleontologico unico”, afferma Bianucci. “Nella cava di Achille, per esempio, sono state riconosciute quasi una trentina di specie di vertebrati”.
 
Il riscaldamento globale causato dall’attività umana sta oggi mettendo in serio pericolo la sopravvivenza dei monodontidi attuali, il narvalo e del belunga.


Distribuzione geografica dei monodontidi attuali e fossili. Illustrazione di Giovanni Bianucci

“I mammiferi marini che vivono in ambienti polari sono a forte rischio, in quanto è ragionevole pensare che, con la progressiva perdita di ghiaccio marino, essi subiranno le conseguenze più severe del cambiamento climatico in atto”, conclude Collareta. “L’azione antropica causa cambiamenti così repentini da metterne a repentaglio la sopravvivenza in un prossimo futuro”.
 

Scoperto in Etiopia il più antico cranio di Australopiteco, l’antenato di Lucy



Una scoperta fortuita in un recinto per le capre, in Etiopia, ha rivelato un fossile unico nel suo genere: il cranio quasi completo di un antenato dell’uomo, morto circa 3,8 milioni di anni fa. Il nuovo esemplare – descritto di recente su Nature – [la scoperta è illustrata in due articoli: il primo dedicato alla ricostruzione e alla caratterizzazione morfologica del cranio, il secondo all’analisi geologica del contesto] rappresenta il cranio più antico di australopiteco mai scoperto, un gruppo cardine di primi antenati umani vissuto fra 1,5 e 4milioni di anni fa. Si tratta, inoltre, del primo cranio di Australopithecus anamensis – uno dei primi membri del genere degli australopitechi –  rinvenuto finora.
 
“La scoperta ci riporta indietro di circa 3,8 milioni di anni, mostrandoci come apparivano al tempo i nostri antenati”, afferma Yohannes Haile-Selassie, paleoantropologo del Cleveland Museum of Natural History, responsabile dello studio. “È un momento davvero emozionante”.
 
La scoperta potrebbe colmare importanti lacune nello studio dell’evoluzione umana. Fossili di ominini – gli antenati dell’uomo – così antichi sono estremamente rari e spesso si limitano solo a frammenti di ossa. Al contrario, il cranio scoperto di recente è quasi completo, cosa che probabilmente permetterà di svelare molti aspetti della vita e dell’evoluzione dei nostri più antichi antenati.
 
“È il cranio che aspettavamo”, afferma Carol Ward, paleoantropologa dell’Università del Missouri non coinvolta nello studio. “I crani di ominini sono tesori davvero molto rari, e trovarne uno così antico e completo è una scoperta senza precedenti”.
 
Tremare dall’emozione
 
Le radici dell’ingarbugliato albero genealogico umano riconducono a un gruppo di antichi primati fra cui Ardipithecus e Sahelanthropus, che vivevano in Africa più di quattro milioni di anni fa. La comparsa del genere Homo risale invece a 3 milioni di anni fa, dando il via a una storia evolutiva nella quale i nostri antenati, fra cui Australopithecus afarensis, giocarono un ruolo chiave.
 
Questo antico ominine e i suoi discendenti – noti grazie alla scoperta di fossili appartenenti ad un individuo soprannominato dagli scienziati “Lucy” – erano dotati di un cervello più grande rispetto ai primati precedenti, erano in grado di camminare su due piedi, e avevano mascelle forti che permettevano loro di assumere una grande varietà di cibi. Tale flessibilità sarebbe poi tornata utile:  3,5 milioni di anni fa, nel periodo di massimo splendore per A. afarensis, i cambiamenti climatici stavano rendendo l’Africa orientale più fredda e secca, conducendo alla riduzione dei boschi nei quali vivevano i nostri antenati. Nel tempo, grazie all’evoluzione, A. afarensis e i suoi discendenti impararono ad adattarsi a molti tipi di ambienti.
 
Ma A. afarensis non è stata la prima specie ad avere queste caratteristiche. Nel 1995, gli scienziati descrissero A. anamensis, un australopiteco ancora più antico e il probabile antenato di A. afarensis. La specie ha appassionato gli scienziati, poiché aveva le caratteristiche principali di Lucy e degli australopitechi successivi. Ma A. anamensis rimase ostinatamente fuori dalle scene. Gli unici resti riconducibili a questa specie consistevano in frammenti di denti e di mascella.
 
“Nonostante il ritrovamento di molti crani di A. afarensis, non conoscevamo ancora il volto dei primi australopitechi”, dichiara Zeray Alemseged, paleoantropologo dell’Università di Chicago, non coinvolto nello studio.
 
Questo momento sarebbe arrivato in seguito al 10 febbraio 2016, grazie alla fortuna incredibile di un pastore, Ali Bereino.
 
In quel periodo era in corso una campagna di scavo co-diretta da Haile-Selassie nel sito di Woranso-Mille, nella regione degli Afar, in Etiopia, situata a quasi 5 chilometri da Miro Dora, area in cui Bereino stava pascolando il gregge. Secondo quanto racconta Haile-Selassie, Bereino per anni aveva tentato di entrare a far parte del suo team di ricerca. In passato aveva sostenuto di aver ritrovato dei fossili, ma senza che il ricercatore ne avesse trovato traccia.
 
Il 10 febbraio 2016, mentre scavava un’area per realizzare un recinto temporaneo per le capre, Bereino notò un osso che sporgeva sulla superficie della roccia. L’uomo si mise allora in contatto con un funzionario del governo locale, che capì che si trattava di qualcosa che Haile-Selassie avrebbe trovato interessante.
 
Quando il funzionario chiamò Haile-Selassie, il ricercatore rimase scettico, rispondendo che Bereino avrebbe dovuto segnare il luogo di ritrovamento del fossile e raggiungerlo. Quando Bereino e il funzionario arrivarono, Haile-Selassie si rese presto conto dell’entità del ritrovamento: Bereino aveva trovato una mascella superiore appartenente a un antico ominine.
 
Haile-Selassie interruppe qualsiasi attività in corso e camminò per circa 4 chilometri, fino al recinto realizzato da Bereino. A pochi passi da dove il pastore aveva trovato la mascella, Haile-Selassie scoprì presto gran parte del cranio. “Ho iniziato a saltellare, senza neanche averlo raccolto”, racconta Haile-Selassie. “Il funzionario mi ha guardato e poi ha commentato, rivolgendosi ai suoi amici del posto: ‘Che gli sta succedendo, è andato fuori di testa?’”.

Quando si è accorto che la mascella e il cranio aderivano, lo studioso è ritornato nel sito, tenendoli avvolti a una sciarpa e una bandana. “Non l’ho mai visto così felice in tutta la mia vita”, racconta Stephanie Melillo, paleontologa del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, fra gli autori dello studio e fra i membri della spedizione, “Non riusciva nemmeno a parlare e le sue mani tremavano”.


La ricostruzione del volto di A. ananmensis, realizzata dal paleoartista John Gurche a partire dalle scansioni del cranio scoperto di recente. Fotografia di Matt Crow, per gentile concessione del Cleveland Museum of Natural History

Il primo cranio del più antico australopiteco
 
Il giorno successivo, Haile-Selassie, Melillo e il loro team si sono recati a Miro Dora. Determinati a setacciare anche il più piccolo frammento di osso, hanno esplorato un’area di cinque metri per lato. Ma essere accurati vuol dire sporcarsi le mani. L’area comprendeva un cumulo maleodorante: sterco di capra accumulato per anni, tanto da creare uno strato spesso 30 centimetri. Ma ne è valsa la pena. Nei giorni successivi, i ricercatori hanno trovato gran parte del cranio, inclusi uno zigomo sotto il mucchio di letame.
 
Tornato in laboratorio, il team di Haile-Selassie ha scoperto che la mascella e i denti assomigliavano molto a quelli di A. anamensis. Ma identificare il cranio non bastava a risolvere l’enigma: quando e dove A. anamensis visse e morì?
 
Per scoprirlo, un team di geologi guidato da Beverly Saylor ha esaminato in dettaglio l’area di Woranso-Mille. In particolare, gli studiosi erano alla ricerca di frammenti di tufo, strati di sedimenti creati da antiche ceneri vulcaniche. Alcuni minerali presenti nel tufo contengono tracce di un agente radioattivo, il potassio-40, il cui decadimento prosegue dal momento in cui i minerali si sono formati. Contando i prodotti in decadimento, il team di Saylor è stato in gradi di affermare quando i cristalli e il tufo si sono formati. Dunque, per datare il cranio, il gruppo di ricerca aveva bisogno di trovare due frammenti di tufo che circondavano i sedimenti fossili.
 
Nel secondo studio pubblicato su Nature, il team di Saylor afferma che si è formato del tufo sopra il cranio fra 3,76 e 3,77 milioni di anni fa, e sotto il cranio poco più di 3,8 milioni di anni fa. Inoltre, i ricercatori hanno ricostruito l’ambiente in cui il cranio era stato sepolto: si trattava di un delta di un fiume o una riva di un lago, circondati da piante e alberi. “Probabilmente si trovava lungo il fiume o lungo le rive di un lago. È morto lì, e poi è stato trasportato giù e sepolto nel delta”, spiega Saylor, esperto di stratigrafia della Case Western Reserve University, in Ohio.
 
Le diverse strade dell’evoluzione
 
Per diversi motivi, il viso si adatta perfettamente alle aspettative dei ricercatori. Come altri australopitechi, la faccia di A. anamensis era allungata, e non era uniforme come il viso degli esseri umani moderni. Le dimensioni dei denti e della mascella erano coerenti con le conoscenze degli studiosi: gli australopitechi successivi avevano visi larghi per ospitare le ossa e i muscoli di cui avevano bisogno per masticare cibi duri. Se da un lato A. anamensis aveva una faccia più robusta rispetto ai primati precedenti, non era così grande come quelli dei suoi cugini successivi.
 
Ma se Haile-Selassie e Melillo avessero ragione, il cranio potrebbe sollevare ulteriori domande su come si sia evoluto A. afarensis.

Una caratteristica chiave nei crani dei primi ominini è quanto il cranio sia compresso dietro le orbite. Gli ominidi più antichi e più primitivi tendono ad avere crani più piccoli rispetto a quelli più recenti. Il cranio di A. anamensis è compresso in modo considerevole dietro le orbite. Questa caratteristica potrebbe chiarire l’identità del “frontale del Belohdeli”, un frammento di cranio di australopiteco risalente a 3,9 milioni di anni fa, rinvenuto nel 1981. Quando questo fu scoperto, alcuni ricercatori pensarono appartenesse ad A. afarensis, ma non ne avevano la certezza. La situazione si fece più complessa quando fu scoperto A. anamensis: i ricercatori non sono stati in grado di confermare se l’osso appartenesse ad A. anamensis, poiché non erano stati rinvenuti ossi frontali chiaramente riconducibili a quella specie.
 
“Questo fossile è stato sospeso in un ‘limbo tassonomico’ per decenni”, afferma Melillo.
Adesso che hanno il nuovo cranio come riferimento, Melillo e Haile-Selassie affermano che il frontale del Belohdeli non appartiene ad A. anamensis, ma a A. afarensis.
 
Poiché il frontale di Belohdeli è più antico del nuovo cranio, la scoperta suggerisce che A. anamensis e A. afarensis vissero nello stesso periodo, fra 3,8 e 3,9 milioni di anni fa. Si tratta di una svolta radicale per l’evoluzione: gli scienziati avevano ritenuto finora che le generazioni successive ad A. anamensis si fossero evolute in A. afarensis, seguendo un processo lineare che avrebbe precluso qualsiasi sovrapposizione temporale. Invece, i ricercatori sostengono adesso che 3,9 milioni di anni fa, un gruppo di A. anamensis si sia evoluto in modo indipendente dal resto, evolvendo in A. afarensis.
 
Alcuni scienziati affermano che tale ipotesi potrà essere confermata solo con la scoperta di ulteriori fossili. “Per essere certi occorrono campioni di dimensioni considerevoli, riconducibili a diversi periodi di tempo”, afferma William Kimbel, paleoantropologia dell’Institute of Human Origins dell’Arizona State University, non coinvolto nello studio. “Non è possibile avanzare affermazioni certe sull’evoluzione basandosi solo su due campioni”
 
Il team di ricerca afferma di voler proseguire con studi ulteriori, che permetteranno di fornire informazioni più approfondite sulle differenze nella abitudini alimentari fra A. anamensis e A. afarensis. Ma persino adesso, gli scienziati che si dedicano allo studio attento del fossile devono fare i conti con un nuovo tesoro: un fossile che permette di guardare indietro nel tempo.
 
“È meraviglioso”, conclude Melillo. “Essere in grado di osservare il volto di questo ominine con cui avevo già familiarità, e aver formulato così tante ipotesi è stato davvero straordinario”.
 

Stromboli, nuova violenta eruzione esplosiva



Non sono trascorsi neanche due mesi dall’evento parossistico che ha interessato l’isola di Stromboli, nell’arcipelago eoliano, a nord della costa siciliana, di fronte a Milazzo. Era il primo pomeriggio del 3 luglio 2019 quando i villaggi di Stromboli e Ginostra furono sconvolti da un forte boato cui seguì l’innalzarsi di una grossa colonna nera di gas, cenere e lapilli incandescenti che, dai crateri, oscuravano il cielo sopra l’isola per diversi chilometri di altezza. Purtroppo durante l’eruzione perse la vita un giovane turista di Milazzo che insieme a un amico stava facendo un’escursione lungo le quote basse del vulcano.

Dopo quell’evento, lentamente, giorno dopo giorno, l’isola stava tornando alla sua normalità: i tetti delle case erano stati pazientemente ripuliti dalla cenere; i focolai degli incendi causati dalla ricaduta dei lapilli erano stati spenti dai canadair; alcuni turisti, preoccupati, avevano cambiato la meta delle proprie vacanze mentre altri avevano deciso di raggiungere l’isola, affascinante proprio per il richiamo di Iddu, così come è chiamato lo Stromboli dagli isolani, uno dei vulcani più attivi al mondo.

Di certo non ci si sarebbe mai aspettati che dopo

così poco tempo da quella violenta esplosione se ne sarebbe verificata un’altra di analoga intensità. Questa mattina, infatti, alle 12:17, un nuovo parossismo ha fatto tremare l’isola con un’energia e una dinamica molto simile a quello dello scorso mese: prima il boato, fortissimo, poi una nuvola nera di gas e materiale incandescente che comincia a diffondersi dalla sommità del vulcano per poi alzarsi verso il cielo.

Se, però, l’evento precedente aveva interessato principalmente il versante Nord-Ovest del vulcano, con ricaduta del materiale prevalentemente sul piccolo abitato di Ginostra, stavolta l’esplosione ha colpito l’area settentrionale della terrazza craterica, sopra l’abitato di Stromboli. I prodotti generati dall’esplosione sono ricaduti su tutta l’area craterica per poi incanalarsi lungo la Sciara del Fuoco, rotolando sino a raggiungere la linea di costa. Successivamente una grossa nube piroclastica si è riversata in mare con un flusso di materiale che ha percorso velocemente circa cinquecento metri oltre linea di costa.

Come accaduto la scorsa volta, anche in questo caso i materiali eruttati hanno colpito la vegetazione innescando diversi incendi lungo tutta la fascia sovrastante l’abitato. Entrambi gli eventi di questa estate, dunque, appartengono alla categoria dei parossismi, il tipo di eruzione più violenta ed energica che un vulcano come lo Stromboli può generare: si tratta delle eruzioni più temute poiché, oltre ad essere assolutamente imprevedibili, causano una ricaduta di materiale che, contrariamente all’attività ordinaria, può raggiungere le aree abitate.

In generale però si tratta di eventi tanto violenti quanto rari che, a Stromboli, avvengono in genere con una forbice di tempo piuttosto ampia (i precedenti sono stati registrati nel marzo del 2007 e prima ancora nell’aprile del 2003) ma che, invece, in questo caso, si sono ripetuti a neanche due mesi di distanza.

“Da un punto di vista generale, l’evento eruttivo che ha interessato Stromboli questa mattina è del tutto analogo a quello del 3 luglio, seppur con un’energia apparentemente minore”, spiega Giorgio Capasso, primo ricercatore della sezione di Palermo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. “Tuttavia è ancora molto presto e servono analisi e rilievi in campo prima di stabilire le dinamiche e valutare le differenze rispetto al fenomeno precedente. Di certo, anche in questo caso non ci sono stati fenomeni che potessero anticipare o fare presagire una variazione dei parametri osservati”, continua Capasso.

Proprio ieri, 27 agosto, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha emesso il bollettino settimanale multidisciplinare che racchiude le varie osservazioni sullo stato di attività del vulcano. Il monitoraggio, oltre al rilievo in continuo dei dati tramite una rete di sensori posti a varie quote dell’edificio vulcanico (rete che però al momento è seriamente compromessa in seguito all’evento del 3 luglio) si avvale dei rilievi effettuati tramite i sorvoli in elicottero operati grazie al lavoro congiunto dell’INGV insieme al secondo nucleo aereo della Guardia Costiera di Catania.

I sorvoli effettuati nel periodo successivo al 3 luglio avevano mostrato dei profondi stravolgimenti dell’area craterica: prima infatti vi era la presenza di tre unici crateri principali mentre in seguito all’evento di luglio sono state rilevate numerose nuove bocche (delle quali almeno 13 sono localizzate nell’area craterica Nord) ognuna con un’intensa attività di degassamento.

“Avevamo da poco ripristinato la stazione per il monitoraggio della CO2e dell’ SO2 , andata distrutta in seguito al parossismo del 3 luglio, ma con l’evento di questa mattina è tutto da rifare. In questa fase il nostro istituto di ricerca è in continuo coordinamento con gli enti di Protezione Civile Regionale e Nazionale per studiare la situazione e prevedere i possibili scenari” conclude Capasso.

La grande eruzione vulcanica dietro al raffreddamento globale del Sesto sec.



Nei ghiacci della Groenlandia e dell’Antartide c’è ancora l’impronta di un avvenimento dirompente: una gigantesca eruzione vulcanica avvenuta nel 539 o nel 540 dopo Cristo che uccise decine di migliaia di persone e contribuì a scatenare una delle più intense epoche di raffreddamento globale degli ultimi 2000 anni. Ora, dopo anni di ricerche, un’equipe di scienziati è finalmente riuscita a risalire all’origine del fenomeno.

Il lavoro, pubblicato su Quaternary Science Reviews, espone le nuove evidenze che collegano il disastro naturale all’Ilopango, un vulcano – oggi dormiente – che si trova nell’odierno El Salvador. I ricercatori stimano che in quell’eruzione del Sesto secolo l’Ilopango abbia espulso l’equivalente di oltre 40 chilometri cubici di roccia densa: uno dei maggiori eventi vulcanici sulla Terra nel corso degli ultimi 7000 anni.

L’eruzione – cento volte più grande di quella del monte Sant’Elena del 1980 e diverse volte maggiore di quella del Pinatubo nel 1991 – fu un colpo terribile per gli insediamenti

Maya, tanto da alterarne per sempre la storia.

“Si tratta della più grande eruzione cui gli esseri umani abbiano mai assistito nel Centro America” dice il primo autore dello studio Robert Dull, geologo alla California Lutheran University: “Quell’evento ebbe una grande importanza sia su come i Maya lo superarono sia su tutto ciò che avvenne successivamente”.

Questo nuovo lavoro aiuta a risolvere un mistero geologico di lunga data. I racconti storici che datano 536 dopo Cristo descrivono una nebbia scura che offuscò il Sole e diede il via a un’ondata di raccolti decimati. Fino a poco tempo fa gli accademici erano aperti all’idea che queste nubi fossero i resti di un asteroide o di una cometa. Ma i dati moderni confermano che si trattò di eventi vulcanici, e che anzi abbiano coinvolto persino due vulcani in circa quattro anni.

Le carote di ghiaccio in Groenlandia e Antartide mostrano picchi di solfato, un prodotto secondario di vaste eruzioni vulcaniche, nel 536 ma anche nel 539 o 540. I due vulcani erano così grandi e potenti da aver lanciato gas e particelle solforose nel cielo per chilometri.

Poiché questi materiali riflettono la luce solare impedendole di raggiungere la superficie della Terra, si innescò un notevole raffreddamento globale. Uno studio del 2016, svelò che quei vulcani abbassarono la temperatura mondiale di circa due gradi centigradi.

Le coltivazioni, sia in nord Europa che altrove, non crebbero e questo provocò, molto probabilmente, fame e malattie. Anche se il suo legame con le eruzioni vulcaniche è piuttosto flebile, la famigerata peste di Giustiniano, che uccise decine di milioni di persone, iniziò nel 541, durante la fase più acuta del raffreddamento mondiale.

I geologi deducevano che l’eruzione del 536 provenisse da un vulcano che si trovava ad un’alta latitudine, forse in Islanda o in Alaska, e quella del 539/540 provenisse dai tropici. Ma le identità dei vulcani erano ignote.

A caccia di una data
Nel passato alcuni scienziati avevano messo l’Ilopango nella lista dei sospettati per l’eruzione del 536. Era evidente che avesse eruttato tra il Terzo e il Sesto secolo dopo Cristo, depositando cenere e rocce su El Salvador fino a costituire una formazione rocciosa chiamata “la Tierra blanca joven” (la “giovane terra bianca”). Ma era rimasta incerta la data di eruzione dell’Ilopango, così come le conseguenze sulla popolazione locale.
Alla fine degli anni Novanta Dull era un ricercatore dottorando che tentava di studiare l’utilizzo della terra nel passato di El Salvador osservando la vegetazione nelle carote di sedimenti. Ma più osservava, più notava uno strato bianchiccio di cenere: la Tierra blanca joven, appunto.

“Il mio tutor mi disse che questa storia del vulcano era più che altro una distrazione. Ma io non riuscivo a credere ai miei occhi: quante persone erano rimaste uccise? Quanto era vasta l’area colpita?”.

Nel 2001 Dull provò a fare una stima di quali fossero stati gli effetti dell’eruzione sulle popolazioni Maya, ma non fece alcun progresso fino al 2008, quando due importanti studi catturarono la sua attenzione. Nel primo, alcuni geologi trovarono nuove evidenze del fatto che il “velo di polvere” registrato nelle cronache del 536 fosse stato causato da un vulcano. Nel secondo i ricercatori rivelarono che la Tierra blanca joven si estendeva ai sedimenti marini al largo della costa di El Salvador. L’eruzione che formò la “giovane terra bianca” fu dunque persino maggiore di quanto Dull e altri stimassero.

A quel punto, stabilire con precisione la data di eruzione dell’Ilopango e se avesse causato il raffreddamento globale avvenuto nella metà del Sesto secolo diventò una grande sfida.

Per localizzare nel tempo l’eruzione i ricercatori si sono affidati alla datazione al radiocarbonio, il cui vantaggio è dato dal fatto che le piante viventi (e chi le mangia) assorbono tracce dell’isotopo radioattivo carbonio 14. Piante e animali, una volta morti, smettono di assumerlo e il carbonio intrappolato inizia a decadere. Analizzando i prodotti di questo processo di decadimento gli scienziati riescono a capire quando una pianta o un animale è morto. Questo a sua volta aiuta a identificare l’età degli oggetti che si trovano nei paraggi.

Ma i livelli di carbonio 14 possono variare nel corso del tempo: questo può portare ad avere periodi “di stallo” in cui organismi vissuti a distanza di decenni risultano avere la stessa età datata con radiocarbonio. Fino ad ora i ricercatori, per quanto ci provassero, non erano riusciti a datare l’eruzione che portò alla Tierra blanca joven perché tutto ricadeva all’interno di un periodo di 120 anni distribuiti tra il Quinto e il Sesto secolo.

Un modo per bypassare questi periodi di stallo è quello di trovare alberi all’interno del sedimento di interesse. Con un po’ di fortuna, infatti, gli alberi potrebbero aver vissuto prima o dopo il periodo di stallo. In quel caso si possono ottenere dati a sufficienza per calcolare l’età dell’albero e, di conseguenza, dell’intero sedimento.
Ecco perché Dull e i suoi colleghi sono stati molto felici di sapere che i lavoratori di una cava a circa 15 chilometri dall’Ilopango, scavando per realizzare una strada, avevano scoperto alberi interi all’interno della Tierra blanca joven. Durante l’eruzione, infatti, la polvere si è delicatamente posata sulle piante, seppellendole esattamente dove si trovavano. “Uno sembrava appena caduto” dice Dull. “Lo stato di conservazione di quel luogo è una delle cose più straordinarie che io abbia mai visto”.

Proprio perché gli alberi erano così ben conservati, Dull e il suo team sono riusciti a calcolare quanti anni avessero nel momento in cui il vulcano li seppellì. Queste nuove informazioni – un centinaio di nuove datazioni al radiocarbonio – messe insieme dicono che gli alberi sono morti nella prima metà del Sesto secolo, probabilmente tra gli anni Trenta e Quaranta del 500.

Il team di ricercatori ha corretto anche la stima delle dimensioni dell’Ilopango, tenendo conto dello spessore e della diffusione dei depositi di Tierra blanca joven. Gli scienziati sostengono che in confronto a quell’evento sembra piccola persino l’eruzione del Tambora del 1815: un gigantesco fenomeno che portò al cosiddetto “anno senza estate” a causa del raffreddamento globale che provocò. L’Ilopango gettò fino a milioni di tonnellate di solfuro nel cielo per chilometri, abbastanza in alto perché i venti stratosferici diffondessero l’aerosol in tutto il mondo, provocando un abbassamento delle temperature generalizzato.

Dall’analisi delle carote di ghiaccio solo un’altra eruzione coincide con quell’Ilopango per periodo, dimensioni e probabili effetti sul clima globale: quella che avvenne nel 539 o 540. “Nel 1980 dissi ai miei colleghi che, prima di morire, avrei voluto attribuire una data precisa a quell’eruzione. Oggi, finalmente, ce l’abbiamo” dice il co-autore dello studio Payson Sheets, archeologo all’università di Colorado Boulder nonché primo scienziato a tentare la datazione al radiocarbonio su un’eruzione vulcanica. “Ora posso dire di essere molto soddisfatto”.

Riprendersi dall’Apocalisse
Al di là degli effetti globali, quell’eruzione dell’Ilopango fu un evento apocalittico per la gente che viveva nell’odierno El Salvador. La maggior parte delle persone abitava insediamenti Maya densamente popolati. Secondo le stime di Dull e i suoi colleghi l’eruzione uccise tra le 40.000 e le 80.000 persone, sopraffatte dalla roccia incandescente e dai gas che fuoriuscirono dal vulcano.

Per chi abitava un po’ più distante, l’incubo Ilopango era appena iniziato. La polvere oscurò il Sole, trasformando il giorno in notte. I tetti di paglia potrebbero essere collassati sotto il peso dei depositi di cenere e delle rocce. Le riserve di cibo e acqua si esaurirono presto: bacini idrici e campi agricoli furono sepolti da metri di cenere. Quelli che non morirono di fame o di malattia furono costretti a fuggire, forse verso villaggi Maya meno colpiti, in direzione nord, nell’odierno Guatemala.

“È uno scenario da incubo” commenta Janine Krippner, vulcanologa del Global Volcanism Program dello Smithsonian’s Institution, che non ha lavorato allo studio. “Anche solo con le conoscenze che abbiamo oggi, quell’evento suona come qualcosa di davvero terrificante… posso solo immaginare cosa possano aver pensato le persone che vivevano lì”.

La crisi di rifugiati causata dall’Ilopango potrebbe aver alterato il corso degli eventi della civiltà Maya. Dull sostiene che questo ambito è maturo per sviluppare future ricerche ma, già adesso, c’è abbastanza spazio per congetturare. Nel corso del Sesto secolo infatti la costruzione di monumenti nei centri Maya entrò in una fase che alcuni accademici definiscono di “frattura”. Alcuni esperti mettono in dubbio che questa frattura sia effettivamente avvenuta, ma se così fosse, potrebbe essere dovuto a una società troppo presa dal post-eruzione per occuparsi di monumenti?

L’eruzione dell’Ilopango coincide anche, grosso modo, con un evidente cambiamento nel periodo classico dei Maya. Più che collassare, gli insediamenti Maya di Guatemala e Messico conobbero invece un periodo molto florido dopo quell’evento. Dalla metà del Sesto secolo fino al 900 – un periodo chiamato Tardo classico – alcuni centri Maya crebbero sia di dimensioni che in sfera di influenza. E i conflitti tra questi aumentarono. È possibile che i rifugiati in arrivo abbiano contribuito a espandere la popolazione, la forza lavoro e gli eserciti di queste città.

“Se davvero si spostarono tra le 100.000 e le 400.000 persone e una parte di queste, se non la maggioranza (visto che avevano legami culturali con i Maya) si trasferirono verso quella zona, ciò potrebbe essere uno dei maggiori fattori di impulso al Tardo classico” spiega Lisa Lucero, antropologa all’università dell’Illinois Urbana-Champaign che non ha partecipato allo studio.

Quel che è certo è che anni dopo l’eruzione dell’Ilopango, il panorama intorno al vulcano iniziò a mostrare i segni di un rinnovamento. Sheets ha studiato per decenni Joya de Cerén, un centro Maya di El Salvador che fu sepolto come Pompei da un’altra eruzione vulcanica, nel 660. Il villaggio fu costruito sopra alla Tierra blanca joven. “Le persone che fondarono quella magnifica città furono tra i protagonisti di quella ripresa dell’uomo dopo la catastrofe”, spiega Sheets.

Da antiche sepolture nuovi indizi sulla deformazione cranica artificiale



Durante le Invasioni barbariche del V secolo, la modifica del cranio probabilmente era un modo incisivo per dichiarare la propria identità, mentre popoli “barbari” come Goti e Unni lottavano per il controllo del territorio europeo dopo il crollo dell’Impero Romano. Il DNA antico può aiutare gli archeologi a capire esattamente quali erano le alleanze culturali al tempo? 
 
In un sito chiamato Hermanov vinograd, nella Croazia orientale, gli archeologi hanno da poco rinvenuto un’atipica fossa per la sepoltura con all’interno i resti di tre maschi adolescenti. Sono stati sepolti lì tra il 415 e il 560 d.C. 
 
Due dei ragazzi avevano crani artificialmente deformati e l’analisi del DNA, pubblicata su PLOS ONE, ha rivelato un altro aspetto curioso: i tre giovani avevano background genetici profondamente diversi. Per quello senza modifiche al cranio le origini erano nell’Eurasia occidentale, per un altro – con cranio allungato ma ancora tondeggiante – in Medio Oriente e, infine, il ragazzo con il cranio estremamente allungato aveva origini ascrivibili all’Asia orientale. 
 
“Quando abbiamo avuto i risultati dei test sul DNA antico siamo rimasti piuttosto sorpresi”, dice Mario Novak dell’Institute for Anthropological Research di Zagabria, in Croazia, scienziato senior nello studio. “È ovvio che in questa parte d’Europa vivevano persone diverse e che interagivano tra loro da vicino. Forse si servivano della deformazione del cranio per indicare l’appartenenza a uno specifico gruppo culturale”.


Una foto aerea delle sepolture di Hermanov vinograd, vicino a Osijek, nella Croazia orientale. Fotografia di B. Rozankovic, Kaducej Ltd

La deformazione cranica artificiale (ACD) prevede di agire sulla testa di un bambino fin dall’infanzia per deformare il cranio; è una forma di modificazione del corpo che viene praticata almeno dal Neolitico in molte culture di tutto il mondo. In Europa la pratica è apparsa intorno al Mar Nero nel secondo e terzo secolo d.C., raggiungendo la massima diffusione nel quindo e sesto secolo per poi sparire intorno al settimo, spiega Susanne Hakenbeck, archeologa della University of Cambridge esperta nella modificazione del cranio in Europa e non coinvolta nello studio. 
 
Secondo Novak, in Croazia sono state trovate decine di crani anche al di fuori di Hermanov vinograd, ma non sono stati pubblicati studi scientifici al riguardo.  
 
E alla fine arrivano gli Unni  

Novak e colleghi pensano che la scoperta vada a supporto di una teoria ormai di lunga data, ovvero che siano stati gli Unni – una confederazione nomade che si muoveva a cavallo e alcuni pensano abbia avuto origine nell’Asia orientale – a introdurre la deformazione del cranio nell’Europa Centrale. 
 
“Per la prima volta, grazie ai test sul DNA antico, abbiamo prove fisiche e biologiche della presenza di popoli dall’Asia orientale, probabilmente gli Unni, in questa parte dell’Europa”, dice Novak. In ogni caso, l’origine precisa degli Unni è ancora oggetto di dibattito tra gli archeologi e gli studiosi hanno ipotizzato che il gruppo non venisse dall’Asia orientale ma dall’area a Nord del Mar Nero.  
 
I soli dati genetici non possono confermare che una specifica persona – come il ragazzo con il cranio più allungato – si identificasse come Unno, e Novak lo chiarisce subito. “Non dico che possiamo sostenere, basandoci sul DNA, che questa persona è un Ostrogoto e quest’altra un Unno. Dipende anche da come le stesse persone si identificavano, il che è piuttosto soggettivo” e pressoché impossibile da chiarire senza resoconti scritti, che gli Unni non lasciavano. 
 
Dopo aver studiato la diffusione dei crani trovati in Europa ed Eurasia, Hakenbeck non ritiene la pratica possa possa essere legata esclusivamente agli Unni. “È più probabile sia arrivata in Europa tramite connessioni con le steppe eurasiatiche non necessariamente documentate. È possibile che gli Unni vi abbiano contribuito ma non erano gli unici”. 


La fossa di sepoltura a Hermanov vinograd all’inizio dello scavo (a destra), con le ossa di animali, e alla fine dello scavo (a sinistra) con resti umani esposti. Fotografia di M. Cavka, Ospedale Universitario Dubrava, Zagabria

Altre storie sorprendenti 
La stessa sepoltura di gruppo dei giovani è un mistero. Hermanov vinograd è la sede di un grande insediamento neolitico ma non ve ne sono altri, nei pressi, databili alle Invasioni barbariche. Il sito di sepoltura non fa parte di un cimitero più ampio o strutturato e, forse, era legato a una comunità di nomadi o a un gruppo di persone che viveva altrove, spiega Novak. I ragazzi negli ultimi anni di vita avevano diete simili, il che suggerisce abbiano vissuto nella stessa zona per qualche tempo. Sono stati sepolti con cavalli e ossa di maiale, mentre la causa di morte è incerta. 
 
I resti parziali dello scheletro non mostrano segni di morte violenta, ma i ricercatori pensano possano essere stati uccisi in una sorta di rituale, che siano morti di peste o a causa di altre malattie a rapido decorso. “Il problema è che è un campione davvero piccolo, un solo sito di sepoltura, e non abbiamo molte informazioni al riguardo”, dice Krishna Veeramah, genetista alla Stony Brook University di New York, non coinvolta nello studio. “Ma anche così, è interessante scoprire che c’era questa diversità”. 
 
Nel 2018 Veeramah e colleghi hanno pubblicato uno studio con l’analisi del DNA di donne con crani artificialmente deformati sepolte nella Germania meridionale durante le Invasioni Barbariche. Queste donne avevano background genetici molto diversificati, comprese possibili componenti di antenati dall’Asia orientale. Una possibile spiegazione è che le donne con crani modificati si siano spostate a Ovest dopo il matrimonio. Secondo Hakenbeck, la maggioranza delle persone con crani modificati in Europa ed Eurasia occidentale sono donne, in un rapporto di 2 a 1. 


Questo teschio allungato e arrotondato apparteneva a un ragazzo di etnia orientale che fu sepolto a Hermanov vinograd. Fotografia di M. Cavka, Ospedale Universitario Dubrava, Zagabria

Secondo Novak, con più campioni a disposizione i ricercatori potrebbero farsi un’idea più precisa e definita sulla provenienza delle persone che praticavano l’ACD e capire se si trattava di un modo per segnalare l’appartenenza a un certo gruppo culturale. Il DNA di individui con crani modificati non è stato studiato diffusamente e il periodo delle Invasioni Barbariche non è stato approfondito durante i numerosi studi sul DNA antico che sono stati pubblicati negli ultimi 20 anni, spiega Ron Pinhasi dell’Università di Vienna, un altro autore senior del nuovo studio.  
 
Se pensiamo ai dati genetici “sappiamo molto di più su cosa accadeva in Europa 5.000 anni fa rispetto a quanto accadeva 1.500 anni fa”. Ma le cose iniziano a cambiare, aggiunge Pinhasi, perché le investigazioni su campioni di DNA dagli ultimi 2.000 anni. “Penso che scopriremo tante altre storie interessanti”, conclude l’esperto. “Forse, una volta che le avremo messe insieme, la nostra comprensione del periodo delle Invasioni Barbariche sarà molto differente”.

Un nuovo ritratto della tigre dai denti a sciabola



La tigre dai denti a sciabola, Smilodon fatalis, era un temibile predatore che viveva nel territorio che corrisponde oggi agli Stati Uniti occidentali fino a circa 10 mila anni fa. Nelle pozze di catrame di La Brea, in California, sono stati rinvenuti più di 3 mila fossili di felini e i ricercatori che li hanno analizzati hanno a lungo immaginato che Smilodon fosse un cacciatore simile a un leone, che cacciava bisonti e cavalli in praterie aperte.

Ma adesso lo studio di centinaia di denti portati alla luce a La Brea ha permesso di tracciare un quadro molto diverso di questo animale preistorico spaventoso, che poteva raggiungere il peso di circa 270 chili e che era dotato di canini lunghi 17 centimetri.

“Le emblematiche immagini delle tigri dai denti a sciabola che abbattono i bisonti non sono affatto supportate dai dati scientifici”, afferma Larisa DeSantis, paleontologa dell’Università Vanderbilt di Nashville, in Tennessee, responsabile di un nuovo studio appena pubblicato su Current Biology, in cui si afferma che Smilodon potrebbe invece essere stato un

abitante della foresta che si cibava principalmente di erbivori.

“È probabile che cacciassero prede come tapiri o cervi, piuttosto che cavalli o bisonti”, prosegue DeSantis.

Lo studio del team guidato dalla studiosa contribuisce inoltre a spiegare perché i predatori più piccoli come i coyote e i lupi grigi riuscirono a sopravvivere fino ai giorni nostri, mentre i carnivori più grandi, come le tigri dai denti a sciabola, gli esemplari di Canis dirus (un canide vissuto in America nel Pleistocene) e i leoni americani si estinsero fra 10 mila e 12 mila anni fa.

La chiave, suggerisce il gruppo di ricerca, era la flessibilità alimentare in seguito alla scomparsa di molti grandi erbivori preistorici del Nord America, come magateri, mammut, mastodonti e cammelli. Ad esempio, da un precedente studio emerge come i coyote ridussero il loro corpo del 20 per cento in seguito all’evento che condusse all’estinzione degli erbivori, e un’ulteriore osservazione dei loro denti mostra che questi animali modificarono il loro stile di vita per adattarsi alle nuove condizioni.

“Quando grandi predatori e prede si estinsero, questi animali non solo si ridussero in numero, ma cambiarono radicalmente la loro dieta e iniziano a diventare gli animali opportunisti che conosciamo oggi”, afferma DeSantis.

Denti rivelatori

Gli scienziati hanno studiato più di 700 denti fossili raccolti a La Brea che un tempo appartenevano a diversi erbivori e a tigri dai denti a sciabola, leoni americani, Canis dirus, puma, coyote e lupi grigi. Il team ha esaminato sia i microscopici pattern di usura, che forniscono un’indicazione dei tipi di cibo masticato da queste creature, sia le proporzioni di due isotopi di carbonio all’interno dello smalto dei denti.

Queste due lievi varianti dell’atomo di carbonio si accumulano in piante a velocità diverse all’interno di aree boschive piuttosto che in ambienti aperti. Gli erbivori che si nutrono di quelle piante portano dunque con sé una traccia chimica che riconduce ai loro habitat privilegiati. Ciò significa che dai resti dei carnivori è possibile affermare se questi predavano animali che vivevano in habitat boschivi o in aree più aperte.

Precedenti studi avevano esaminato la proporzione degli isotopi del carbonio e dell’azoto nei resti di una proteina chiamata collagene trovata nelle ossa di predatori scoperte a La Brea. Tali ricerche giunsero alla conclusione che i più grandi predatori – di cui fanno parte Smilodon, Canis dirus e i leoni americani – cacciavano probabilmente in ambienti aperti.

“Tutti i dati disponibili finora hanno dimostrato che questi predatori erano in competizione per prede simili”, afferma DeSantis. Alcuni esperti hanno dunque ipotizzato che tale rivalità per la conquista delle risorse potrebbe aver contribuito alla loro estinzione. Ma – prosegue – lo smalto dei denti è adesso considerato il riferimento per questo tipo di analisi degli isotopi.

“Lo smalto dei denti è più affidabile del collagene”, dichiara Julie Meachen, paleontologa della Des Moines University, in Iowa, non coinvolta nello studio. La ragione risiede nel fatto che è meno probabile che lo smalto si sia alterato durante il processo di fossilizzazione o stando molto tempo sottoterra.

E “osservando lo smalto, si delineava un quadro del tutto differente”, afferma DeSantis. “Abbiamo scoperto che le tigri dai denti a sciabola, i leoni americani e i puma si stavano comportando esattamente come i felini odierni: cacciavano negli ecosistemi boschivi, usando la mimetizzazione per aggredire le prede”. Al contrario, i canidi, tra cui Canis dirus, coyote e lupi grigi cacciavano in ambienti più aperti.

“I felidi e i canidi hanno diviso il loro campo d’azione”, prosegue la studiosa.

Ottimizzare le chance di sopravvivenza

I risultati suggeriscono che i più grandi carnivori pleistocenici della regione – in particolare le tigri dai denti a sciabola e gli individui di Canis dirus – erano in realtà molto meno in competizione fra loro per la conquista delle prede.

Il nuovo studio è importante “perché è il primo a dimostrare che Smilodon e Canis dirus avevano differenziato la tipologia di prede da catturare”, afferma Meachen. “Ha senso che Smilodon cacciasse in un ambiente più circoscritto, considerato che non avrebbe probabilmente potuto inseguire le prede per lunghe distanze. Sulla base della morfologia del suo corpo, era un predatore che tendeva agguati alle sue prede”.

Lo studio “ci aiuta a comprendere chi fosse Smilodon fatalis e i luoghi in cui viveva”, aggiunge il paleontologo Christopher Shaw, curatore affiliato del Museo di Storia Naturale dell’Idaho ed ex direttore delle collezioni al Brea Tar Pits and Museum. Altre evidenze suggeriscono che Smilodon si nutrisse talvolta di bisonti a La Brea – prosegue – ma ciò potrebbe non essere un fatto contraddittorio come appare.

“Un tempo esisteva una sottospecie di bisonti adattata a vivere in habitat boschivi e che potrebbe essere stata una preda ideale”, osserva Shaw.

Lo studio aggiunge alle evidenze come la preferenza per prede altamente specializzate abbia probabilmente condannato specie come Smilodon e Canis dirus, mentre i coyote sono riusciti a sopravvivere al cambiamento ecologico grazie alla loro grande flessibilità e privilegiando prede piccole come ratti o conigli, oltre a cibarsi di carcasse di animali.

I coyote, infatti, conclude Meachen, “possono cambiare la loro strategia di predazione per ottimizzare le chance di sopravvivenza”.

Il vulcano più grande del mondo



Nel 2013 aveva fatto scalpore tra i geologi uno studio che spodestava il Mauna Loa, un vulcano a scudo di 5180 km² nelle Hawaii, del primato di vulcano più grande del mondo. Secondo un team di ricercatori, questo riconoscimento doveva andare piuttosto al Massiccio Tamu, un complesso vulcanico estinto che si trova sul fondale oceanico ad est del Giappone e che appare (appariva) come un singolo vulcano a scudo dall’enorme superficie di 259mila km²  quadrate, all’incirca le stesse dimensioni dell’Italia peninsulare.

Recentemente, però, uno studio pubblicato su Nature Geoscience, ha riesaminato il Massiccio Tamu, arrivando a una conclusione ben diversa: non si tratta affatto di un vulcano a scudo, un epilogo che consegna nuovamente il record di vulcano più grande al Mauna Loa. La notizia sorprendente è che l’autore principale di entrambi gli studi è lo stesso scienziato: William Sager, geofisico marino dell’Università di Houston.
 
“Tutto ciò è affascinante, perchè è proprio così che dovrebbe funzionare la scienza”, afferma Bill Chadwick, geologo marino del NOAA Pacific Marine Environmental Laboratory dell’ Oregon, che non era coinvolto nello studio. “Portiamo avanti quello che ci mostrano le evidenze scientifiche, a prescindere  dal fatto che possano contraddire quello in cui credevamo prima.”
 
Sager è d’accordo, e tornando sulllo studio effettuato dal suo team sull’imponente struttura sottomarina, questo nota che potrebbe invece trattarsi di un colossale ammasso di crosta oceanica che attualmente non può essere spiegato, forse qualcosa di ancora più bizzarro rispetto a un singolo vulcano gigante. In sostanza, dice Sager, il Massiccio Tamu “è davvero straordinario, anche se non possiamo usare il termine superlativo”.

Gigante sommerso

Sager ha iniziato a studiare il Massiccio Tamu più di 25 anni fa, molto prima di “dargli un nome”. Il massiccio si trova nelle profondità dell’Oceano Pacifico Nord-occidentale, sullo Shatsky Rise, una formazione simile a un plateau oceanico o pianoro sottomarino.
 
Una teoria afferma che questi elevati e spessi altopiani vulcanici sono l’equivalente oceanico dei grandi plateau basaltici continentali, il prodotto di gigantesche e prolungate fuoriuscite di lava. All’origine della loro formazione vi è la risalita di un plume incandescente di roccia mantellica fusa che si decomprime, innescando enormi quantità di intrusioni laviche nella crosta, sia sulla terra che sul fondo del mare.
 
Diversi articoli pubblicati negli anni ’90, incluso uno in cui Sager era coautore, hanno esposto e supportato l’idea di un modello basato sul plume mantellico per spiegare la formazione dello Shatsky Rise e del Massiccio Tamu. Nel 2009, Sager e l’International Ocean Discovery Program hanno effettuato delle perforazioni in diversi punti della struttura, misurando uno spessore dei flussi lavici solidificati che è risultato essere fino a un massimo di, circa, 23 metri; ciò suggeriva che questo massiccio fosse stato effettivamente generato da gigantesche eruzioni.
 
Le sezioni sismiche acquisite poco dopo sembravano mostrare che tutte quelle colate di lava provenissero da un’unica sorgente. Al team, sembrava davvero che il Massiccio Tamu fosse un gigantesco vulcano a scudo: un tipo di vulcano, cioè, formato generalmente dall’accumulo di lave molto fluide che solidificano stratificandosi in più livelli, creando una struttura a cupola che ricorda un gigantesco scudo roccioso. In tal caso, il Massiccio Tamu sarebbe risultato il vulcano a scudo più grande del mondo, una notizia che, all’epoca, era davvero convincente per Nature Geoscience, afferma Sager.
 
Grandi passi avanti

Una volta uscito lo studio nel 2013, il suo successo mediatico ha permesso un’ampia diffusione della notizia, e di certo, ammette Sager, “ci ha fatto molto piacere”.  “Ma c’era qualcosa che non tornava”, aggiunge lo scienziato. In particolare, sembrava che le bande magnetiche fossero, in un certo senso, incoerenti.
 
Il Massiccio Tamu si trova nel punto d’incontro di tre dorsali oceaniche. Qui, il magma risale tramite grosse bolle, si solidifica lentamente formando nuova crosta e nel frattempo scorre verso l’esterno dalla dorsale. Fondamentalmente, non appena si forma nuova crosta lungo queste dorsali, le nuove rocce registrano nei loro minerali un’istantanea del campo magnetico terrestre.
 
Di tanto in tanto, il campo magnetico terrestre si capovolge e queste cosiddette inversioni vengono registrate come una struttura simile a un codice a barre sul fondo dell’oceano. Supponendo che la modalità e il tasso di formazione della crosta siano in un certo senso stabili nel tempo, i segmenti del codice a barre avranno una successione abbastanza ordinata, cosa che però verrebbe a mancare se la formazione di nuova roccia avvenisse in maniera caotica come nel caso di un vulcano sottomarino generato dalla risalita di un plume mantellico.

Vicino al Massiccio Tamu si trova un’altra montagna relativamente più piccola, il Massiccio Ori. Questo massiccio ha una configurazione delle bande magnetiche che attraversa tutta la struttura dell’edificio, una chiara evidenza che è stato generato dalla risalita magmatica lungo le dorsali.

 Al contrario, i dati magnetici del Tamu non erano significativi, ma grazie all’enorme interesse generato dallo studio del 2013, Sager ha potuto usufruire di finanziamenti privati per dare seguito alla propria ricerca, mappando le bande magnetiche del Tamu con dettagli mai avuti fino a quel momento. E anche se le bande centrali erano state probabilmente distorte da un segmento di dorsale che ruotava con il passare del tempo, le mappe rivelavano chiaramente una struttura simile a delle gigantesche strisce pedonali di bande magnetiche che attraversavano il massiccio.
 
Ciò significa che, in realtà, il Massiccio Tamu non è un vulcano a scudo. Piuttosto, sembra essere un colossale accumulo di crosta oceanica spessa fino a oltre 30 chilometri, cioè quattro volte più della media globale. Non è ancora chiaro come ciò sia possibile, ma evidentemente in questa zona il tasso di produzione di crosta è superiore alla norma, e ciò attualmente rimane inspiegabile.
 
Inoltre, l’intero Shatsky Rise è ricoperto da quelle bande magnetiche, il che implica che gli stessi altipiani oceanici non sono semplicemente le versioni sottomarine dei grandi plateau basaltici continentali e la loro formazione non è dovuta alla presenza di un plume mantellico. Invece, si sarebbero formati attraverso un processo che Sager definisce “meccanismo aumentato di espansione del fondale oceanico”.
 
Con il senno di poi, Sager afferma che lo studio del 2013, realizzato tramite una manciata di dati sismici, è stato un po’ come “cercare di dare forma a un nuovo dinosauro partendo da un dente e da un osso della coscia”.

Il ritorno del Re

Bill Chadwick del NOAA, che era scettico sulle conclusioni dell’articolo pubblicato nel 2013, pensa che adesso gli autori, con il nuovo lavoro, siano sulla buona strada, con dati più convincenti.
 
Non è dello stesso avviso Ken Rubin, geochimico e vulcanologo dell’Università delle Hawaii a Manoa. Rubin sostiene che i dati più importanti per testare il modello di vulcano a scudo, il modello aumentato di vulcanismo di dorsale, o qualsiasi altro modello per giustificare quell’elevato tasso di emissione, “non sono, ad oggi, ancora sufficienti.”
 
Tuttavia, ottenere dati migliori è più facile a dirsi che a farsi. Rispetto ai loro “cugini” terrestri, i vulcani sottomarini hanno caratteristiche incredibilmente più complesse da studiare, le difficoltà logistiche sono numerose e spesso bisogna fare affidamento su osservazioni indirette. È davvero difficile individuare le caratteristiche vulcaniche sottomarine, la maggior parte delle quali deve ancora essere scoperta.
 
“È più facile studiare vulcani su altri pianeti piuttosto che quelli che si trovano sotto i nostri oceani”, afferma Janine Krippner dello Smithsonian Institution’s Global Volcanism Program.
 
Fino a quando non sapremo di più su dimensioni, distribuzione e origine dei flussi lavici, e fino a quando non verrà condotta una migliore mappatura geofisica per indagare le strutture profonde, Rubin crede che le idee sulle origini del Tamu e dello Shatsky Rise siano destinate a rimanere per lo più speculative e ipotetiche. E nel frattempo, l’imponente Mauna Loa continuerà a regnare come il vulcano più grande del nostro pianeta.