Donne, lavoro e salario: anche a Bergamo prevale il maschile


Donne, lavoro e salario: anche a Bergamo prevale il maschile. Stipendi inferiori di 8000€ all’anno; 2/3 le dimissioni “rosa”.

“Negli uffici sindacali non è difficile incontrare lavoratrici che hanno subito disparità di trattamento, economico e occupazionale, nei confronti dei colleghi maschi. D’altronde, le cifre delle retribuzioni sono sotto gli occhi di tutti, così come la percentuale di presenza di donne ai vertici di industrie e pubblica amministrazione. e in molti casi,  le lavoratrici non hanno la minima percezione delle ingiustizie che subiscono”. Katia Dezio, responsabile del Coordinamento Donne della CISL di Bergamo, racconta delle differenza, e non solo retributive, tra uomo e donna nel mondo del lavoro.

Lo studio delle differenze salariali è molto complesso. Recentemente l’Istat ha pubblicato una statistica nella quale spiega che, in Italia, la “parità di genere” si vede solo fino alla fascia mediana delle retribuzioni. Più si sale nella retribuzione e più le donne diminuiscono, fino ad arrivare al 10% delle posizioni lavorative più retribuite, dove gli uomini sono presenti per il 71% e le donne per il 17,6%. “All’aumentare del livello di istruzione – scrive ancora l’Istat – cresce la retribuzione oraria per uomini e donne, ma cresce anche lo svantaggio retributivo per le donne. Per le posizioni con la laurea e oltre la retribuzione oraria delle donne è di 16,1 euro contro 23,2 euro degli uomini”.

A Bergamo, secondo la proiezione dell’Osservatorio CISL sui dati del CAF, relativi alla dichiarazione dei redditi 2019, i lavoratori maschi hanno  una media di retribuzione di 29.799 €, contro i 21.024 delle colleghe donne. E anche la differenza tra i due “cespiti” è aumentata, rispetto al 2018, di quasi 200 €.

La situazione non cambia nelle pensioni: rispetto al 2018, in quest’anno, a testa, ogni pensionato orobico prende 28€ in più, se maschio, 17 se femmina. Perché il tradizionale salto quantitativo tra gli assegni “azzurri” e quelli “rosa” rimane ancora uno degli aspetti più evidenti della ricerca condotta da CISL di Bergamo sui dati INPS: in generale una donna prende 322 € in meno del “collega” uomo; se la prospettiva riguarda solo l’assegno di vecchiaia, la forbice si allarga a 511 € in meno ogni mese. “Una condizione che si fa di anno in anno sempre meno accettabile – sostiene la sindacalista -: è necessario un sussulto di dignità, sia da parte politica che sindacale, perché quanto dichiarato, discusso e condiviso sulla necessità di arrivare a parità salariali, e quindi pensionistiche, trovi finalmente soluzione”.

Infine, occorre segnalare che a Bergamo, nel corso del 2018, su un totale di 1425 dimissioni, 1071 portavano la firma di donne. L’anno precedente erano 100 in meno.

La disparità va oltre quella su stipendi e pensioni, su valorizzazione e riconoscimenti della dirigenza femminile: tocca il lavoro di cura di minori e anziani, l’utilizzo del part time, che continua a rimanere una scelta spesso obbligata, anche se non voluta dalle donne, oppure dell’abbandono del mondo del lavoro, da parte delle donne che non possono appoggiarsi sui parenti come supporto per la custodia dei figli, piuttosto che per gli elevati costi dei nidi d’infanzia o dei servizi di baby-sitting. Siamo i primi al mondo per iscrizione di donne nelle Università e gli ultimi, in Occidente, per partecipazione femminile al mercato del lavoro. A Bergamo le ragazze iscritte sono il oltre il 62%; completa gli studi il 59% della popolazione femminile contro il 41% di quella maschile. Il 60% dei laureati con lode sono donne. Non ci si spiega come, con questi numeri, la disoccupazione femminile è almeno di 3 punti percentuali più alta di quella maschile, e perché il part time riguardi il 40% delle lavoratrici e solo il 16% di quella maschile. La sottoutilizzazione del capitale umano femminile in Italia è pari a 88 miliardi di Euro, il 5,7% del PIL; tutto questo a causa della discriminazione di genere. Anche da noi – continua Dezio –la mancata realizzazione professionale viene dichiarata da oltre il 50% delle lavoratrici e dal 33% delle stesse vengono segnalati carichi e ritmi di lavoro pressante che creano un profondo senso di inadeguatezza e aumentano il livello di stress. Non sempre le donne hanno la consapevolezza delle differenze di trattamento rispetto ai colleghi maschi, e questo rappresenta un gravissimo problema. Al contrario dove vi è consapevolezza delle disparità spesso interviene la rassegnazione, e questo non va assolutamente bene”. 

Ma il fatto che la  situazione non venga denunciata ufficialmente, non vuol dire che il problema qui non esista: semplicemente, lavoratori e  lavoratrici la danno per normale, quasi si fossero rassegnati – interviene Francesco Corna, segretario generale CISL Bergamo. Di certo, vi è uno scarso riconoscimento del lavoro di assistenza che svolgono prevalentemente le donne, e che va radicalmente cambiato. Serve inoltre investire in strutture adeguate a supporto delle famiglie per svolgere le funzioni di cura. Occorre potenziare la contrattazione aziendale e territoriale nelle grandi  e nelle piccole aziende che deve essere favorita e sostenuta da incentivi economici e fiscali. Anche le modalità del lavoro vanno adeguate per rispondere alle esigenze delle persone  e delle aziende.  Per ottenere una vera parità bisogna partire dal riconoscere le diversità, riconoscendole come valore aggiunto e non una penalizzazione organizzativa. Se non riusciremo a fare questo allora una parte rimarrà sempre penalizzata. E in quella parte ci saranno sempre le donne”.

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