I sogni di Edward O. Wilson, leggenda del conservazionismo



Qualche tempo fa abbiamo fatto una visita a Edward Osborne Wilson, una delle figure più eminenti del secolo nel campo della biologia e della conservazione della biodiversità, fondatore della sociobiologia. Wilson, che il 10 giugno ha compiuto 90 anni, si è seduto con noi in una veranda piena di piante nella comunità di pensionati in cui vive, fuori Boston, per riflettere sui tre quarti di secolo di intuizioni sulla straordinaria diversità delle specie terrestri, sui crescenti problemi all’intersezione tra natura umana e natura, e sulle strategie per salvare le cose selvagge. E, così facendo, salvare noi stessi.

In ciascun commento Wilson, che è in pensione solo per modo di dire, guarda avanti più che indietro ed è impaziente di motivare chiunque, dai bambini nelle scuole fino ai leader eletti, a salvare spazio per le la vita non umana e scongiurare così l’estinzione di massa in corso. Ha descritto il suo lavoro nei passaggi finali di un altro libro, che chiamerà “Tales from the ant world” [Racconti dal mondo delle formiche], nei preparativi

per un bioblitz il 6 luglio – studenti e scienziati intenti a esplorare i Walden Woods resi immortali da Henry David Thoreau – e la corrispondenza con le autorità dell’Alabama, il suo stato d’origine, riguardo all’idea ormai di lunga data su come espandere i parchi locali.

Ha già esposto la visione per il suo audace piano di conservazione nel suo libro “Metà della Terra” – Salvare il futuro della vita: gli umani devono lasciare metà dello spazio sulla terraferma e negli oceani alle altre specie entro i prossimi 10 anni. È fondamentale, ribadisce, ed è fattibile. Tutelare questo spazio per la natura, ha calcolato, può proteggere qualcosa come l’85% delle specie della Terra, offrendo la prospettiva di una relazione a lungo termine degli umani con il pianeta una volta che la nostra popolazione si sia stabilizzata e che avremo imparato a soddisfare i nostri bisogni senza compromettere la salute ecologica.

Dove e come intervenire?
“Sono tre i livelli di biodiversità che stiamo provando a salvare: gli ecosistemi, le specie negli ecosistemi e infine i geni che stabiliscono i tratti delle specie che costituiscono gli ecosistemi”, risponde. “E dovremmo scegliere queste aree non in base all’aspetto generico o agli ecosistemi principali che ospitano. Non sappiamo abbastanza degli ecosistemi. Dovremmo sceglierle in base al numero di specie che vive in ciascuna. E in particolare, in base al numero di specie a rischio di alcuni tipi”.

Il primo passo urgente, dice, è una sorta di bioblitz globale, dalle cime dell’Everest alle profondità della Fossa delle Marianne fino a parchi cittadini, cavi degli alberi e alle comunità batteriche nel nostro intestino. Ovviamente, se dovesse scegliere un regalo di compleanno ideale, “Penso sarebbe un impegno da parte degli Stati Uniti e internazionale verso politiche che portino a esplorare, identificare e proteggere ogni specie sul Pianeta, con la stessa intensità che si sta raggiungendo rispetto allo stabilizzare il clima della Terra, perché sono due aspetti profondamente interconnessi”.

In onore del 90esimo compleanno di Wilson e dei suoi traguardi, la National Geographic Society ha lanciato una nuova e ambiziosa iniziativa – e una serie di grant – per scoprire nuove specie con spedizioni tradizionali, citizen science e intelligenza artificiale.

Gli alleati di Wilson
Lo scorso 6 giugno la più grande compagnia di sistemi informativi del mondo, Esri, ha annunciato un impegno quinquennale in cui fornirà risorse e finanziamenti per migliorare la capacità di mappatura delle specie della E.O. Wilson Biodiversity Foundation, fondata per portare avanti la visione di Wilson.

In aprile, decine di scienziati di tutto il mondo hanno pubblicato un piano dettagliato, “A global deal for Nature” [Un accordo globale per la natura], per tutelare il 30% degli ecosistemi del pianeta entro il 2030. Una sorta di pietra miliare intermedia per arrivare a realizzare la visione di Wilson entro metà secolo. Le fondazioni e le organizzazioni che si occupano di conservazione si stanno concentrando sull’aumentare gli impegni presi dai paesi durante la Convention on Biological Diversity, nel 1992, per proteggere gli ultimi luoghi selvaggi del pianeta e gli habitat più importanti, ovunque si trovino. Questo include la E.O. Wilson Biodiversity Foundation, la Wyss Foundation e la National Geographic Society.

Wilson trova che questo tipo di iniziative sia più che fondato, così come la spinta conservazionista che potrebbe risultarne. Il primo motivo è il valore pratico dell’essere circondati da paesaggi terrestri e marini diversi e biologicamente ricchi. “Più lasci intatto il maggio numero di specie possibili, in un grande habitat, che si tratti di uno stagno, una baia o una foresta”, conferma, “meglio funzionano le cose. E meglio funzionano, più sono utili”.

Il processo stesso dell’esplorazione e della condivisione di meraviglie naturali – ovunque si trovino, dai parchi urbani ai picchi più remoti – può ispirare nuove generazioni interessate a intensificare la conservazione, aggiunge Wilson. Dopotutto, riflette, è così che ha iniziato lui da bambino. “Quando i miei genitori si sono trasferiti a Washington insieme a me, che avevo nove anni, quando mio padre aveva un lavoro temporaneo al governo, mi sono trovato a vivere a cinque isolati dal National Zoo e poco lontano da Rock Creek Park”, dice Wilson.

“Perciò, quando si avvicinava ormai la fine della scuola di grammatica, ho iniziato a trascorrere tutto il mio tempo in quello zoo e poi a esplorare Rock Creek Parl. E così strada facendo sono diventato un naturalista professionista…”, racconta. “Vedere persone coinvolte e che studiavano questi temi, ne facevano tesoro e li mettevano in pratica è stato abbastanza per farmi voler studiare qualsiasi materia, pur di diventare uno di loro”. Non si trattava solo di cose selvagge, sottolinea, perché si possono fare nuove scoperte anche vicino alla propria casa. “Credo valga la pena di sottolineare che uno scienziato, uno studente universitario e un bambino alla scuola di grammatica possono iniziare a capire qualcosa già esplorando le più semplici e comuni forme di vita che si trovano nel cuore di una città.

Sul ciglio di una strada, sui margini e all’interno di un parco urbano, c’è una moltitudine di specie, di associazioni e di fenomeni che gli stessi scienziati non hanno ancora compreso del tutto. “Quando i dottorandi che hanno lavorato con me dicono ‘che progetto dovrei fare per il PhD?’ mi piace rispondere, ‘Guarda, vai fuori. Esci, in una qualche piccola foresta intorno ad Harvard, e scegli il primo piccolo organismo che trovi’. L’ho fatto con più di 20 dottorandi e tutti hanno fatto tesi eccellenti, ma si può fare lo stesso praticamente in qualsiasi luogo al mondo, come un’avventura alla quale partecipano tutti”.

Ricorda anche quanto possa essere d’ispirazione la curiosità, quando nel 2011 ha guidato un bioblitz sui pendii del monte Gorongosa, in Mozambico, mentre faceva da consulente per la creazione del parco nazionale locale. “Sono arrivati bambini da tutti i villaggi del posto”, dice. “E ho dovuto essere l’esperto di tutto”. Nel giro di due ore ha contato 60 specie appartenenti a 39 famiglie e 13 ordini. “Questi bambini erano fuori di sé”, ricorda. “Ascoltavano tutto quello che io e gli altri raccontavamo sulle creature che ci portavano, sulle piante e via dicendo. E ho realizzato che un bioblitz può essere uno strumento potente per introdurre i bambini alla scienza”.

Si è reso conto che il parco, con l’aiuto del conservazionista e filantropo americano Greg Carr, da allora è diventato “una forza importante che aiuta il Mozambico a riprendersi da una guerra civile molto grave e, inoltre, crea una vita migliore per tante persone migliori”.

Non c’è un’unica strada
Avere successo non sarà semplice, soprattutto perché non c’è un’unica via per salvare barriere coralline, foreste e altri habitat cruciali data l’enorme diversità di culture, sistemi politici, situazioni geografiche e stadi di sviluppo dai margini dei poli fino all’Equatore.

Anche le minacce sono incredibilmente variegate. In alcune aree, come ha sottolineato un report delle Nazioni Unite a maggio, è a rischio di estinzione per cause diffuse e discrete circa un milione di specie. Queste minacce variano dagli allevamenti sempre più diffusi alle reti stradali fino al bracconaggio, passando per il dilavamento di sostanze di scarto dalle fattorie, l’acidificazione degli oceani e il riscaldamento globale causato dalle emissioni di anidride carbonica che catturano il calore.

Gli ecosistemi vengono devastati dalle specie invasive in tutto il mondo, come accade con le formiche del fuoco che Wilson, giovane entomologo all’età di 13 anni, ha trovato a Mobile, Alabama, nel 1946. Ma ci sono molte strade verso una soluzione, insiste Wilson, dall’usare le intelligenze artificiali nella conservazione fino all’innovazione in agricoltura.

“Penso potremmo avere un’industria di produzione del cibo pressoché illimitata”, dice. “Le persone hanno iniziato a parlare parecchio della possibilità di fare hamburger a partire dai vegetali. Mi piace l’idea. Se potessimo togliere gli animali dagli allevamenti e smettere di macellarli, producendo in qualche modo dei sostituti per le cose che causano i danni peggiori all’umanità, faremmo un enorme passo in avanti”.

Alla fine, ribadisce Wilson, accelerare l’esplorazione, la comprensione e la conservazione della natura non significa solo espandere le conoscenze sull’utilità della natura. È un imperativo etico.

Ci racconta il suo sogno più grande: “Avere in qualche modo come valore, come valore umano, non il distruggere ma il proteggere, studiare e capire e amare l’ambiente in cui siamo nati. E le specie che sono nate con noi, e gli ecosistemi che oggi come un tempo sanno prendersi cura di sé, portandoci benefici pressoché infiniti nel mantenere il tipo di vita, piacevole e salutare, che speriamo di avere”. “Nell’attuale scena politica sentiamo spesso parlare di valori”, conclude. “E io credo che siamo sul ciglio di una nuova era, nella quale il valore viene esteso al salvare il resto della natura. Conoscerla, tutelarla, studiarla, comprenderla, celebrarla e resistere fino a quando capiremo davvero cosa stiamo combinando”.

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