La metafora degli stagisti

La metafora degli stagisti

Il simpatico e recente film di Vince Vough e Owen Wilson sugli stagisti non sarà esattamente un capolavoro artistico*, ma offre un interessante occasione per almeno 3 riflessioni sul declino del nostro paese e sulle alternative a disposizione dei suoi abitanti.

Il due protagonisti hanno 3 caratteristiche:

  1. sono non più giovanissimi, ma non ancora in età da pensione (detto in modo politically correct)
  2. hanno svolto per tutta la vita, con successo, la stessa attività nello stesso modo
  3. si trovano a fronteggiare l’amara realtà di non poter più continuare a lavorare come hanno sempre fatto

Dopo il trauma iniziale, dovuto alla presa di coscienza per la propria condizione, si trovano di fronte a un bivio non da poco: da un lato la strada vecchia, che  li porterebbe ad accettare compromessi, umiliazioni e demansionamenti, pur di continuare a lavorare come hanno sempre fatto; dall’altro  la nuova, che parte letteralmente da zero (uno stage in Google) e non è dato sapere dove possa portare.

La scelta è scontata e il film si sviluppa secondo i canoni più consolidati della commedia senza pretese, con antieroi che infilano una sequela di gag, affrontano una competizione, che sembra persa in partenza e alla fine vincono contro ogni aspettativa. Il tutto è condito con una manciata di sani luoghi comuni, dalla giovane-solo-carriera, che scopre la vita oltre il lavoro, al gruppo di sfigati che fanno squadra in nome de “l’unione fa la forza”, passando per l’arrogante carrierista destinato a perdere, perché troppo preso da se stesso e dalla smania di primeggiare non aveva compreso neanche il senso della competizione.

Quali riflessioni per il declino italico?

 Spunto 1

I due venditori, senza futuro nelle vendite, rappresentano fedelmente una non trascurabile parte della forza lavoro del paese, ma anche una certa classe di imprenditori e professionisti “vecchia maniera” che hanno trascorso gran parte della vita in un contesto in cui era possibile sopravvivere (in certi periodi anche bene) ignorando i cambiamenti che avvenivano nel resto del mondo. Questo è stato possibile grazie a un certo livello di chiusura del sistema Italia e alla rilevante ingerenza del settore pubblico (che dove non opera direttamente, spesso influenza la governance o regolamenta in modo capillare).

Il vento dell’innovazione tuttavia bussa alla porta e i cambiamenti che porta con se difficilmente potranno essere differiti oltre.

Nel film, il brusco risveglio non è dovuto al deprecabile arbitrio del capo di turno, che grazie al far west delle leggi USA sul lavoro licenzia a piacimento, ma alla presa d’atto di una media azienda che, non riuscendo a fare più affari alla vecchia maniera decide di chiudere. Anche molte aziende nostrane sono purtroppo giunte al capolinea e, non sempre riescono ad accorgersene per tempo. L’intervento dello stato non potrà fare da ammortizzatore per sempre e la crisi globale degli ultimi anni ha fatto scricchiolare (ove ve ne fosse ancora bisogno) il delicato equilibrio su cui si tiene il sistema Italia, per dirla con le parole di uno che ci vedeva lungo:

Come gather ‘round people
Wherever you roam
And admit that the waters
Around you have grown
And accept it that soon
You’ll be drenched to the bone.
If your time to you
Is worth savin’
Then you better start swimmin’
Or you’ll sink like a stone
For the times they are a-changin’.

Spunto 2

Checchè ne dicano gli utopisti a la Rifkin , tanto cari alla sinistra nostrana perché riescono a propugnare magnifiche sorti e progressive a chi vive ignaro alle pendici dello sterminator vesevo, i posti di lavoro fantastici con cibo gratis e letti per riposare oltre a benfit innovativi sono aperti a un limitato numero di persone con competenze ed attitudini ben specifiche e la selezione per accedervi è di norma altamente competitiva.

Se fino a ieri istruzione e competenze potevano essere secondarie perché il lavoro si poteva ereditare, conquistare per meriti politici o di relazione, oggi si può dire che ai fini della possibilità di lavorare noi “siamo quel che sappiamo” e l’esempio del film inerente la “googliness” se in parte è ironico, in parte descrive accuratamente quanto la “sopravvivenza” nel mondo del lavoro contemporaneo richieda la flessibilità di adeguarsi ai mutamenti che ci circondano e la disponibilità al cambiamento oltre, ovviamente, a una serie di competenze di base la cui mancanza, se può essere vista come risibile goffaggine in film commedia, costituisce un tragico handicap nella realtà di tutti i giorni.

Spunto 3

La morale della favola (secondo una tradizione che va indietro almeno fino ai tempi di Horatio Alger  ) è che non può esserci riscatto senza la disponibilità non solo a ripartire da zero, ma anche e soprattutto a reinventarsi e a sperimentare strade nuove. Nel film due bravi venditori si cimentano in un’attività di cui ignorano quasi tutto e per la quale sembrano assolutamente inadeguati e, tuttavia riescono, una volta comprese le regole del gioco, a contribuire positivamente al lavoro apportando anzi spunti innovativi grazie al differente percorso svolto in passato. Lasciando perdere l’ovvia retorica spicciola, anche in questo c’è uno spunto che molti italiani sull’orlo del declino dovrebbero considerare seriamente.

Non possiamo sapere quanti impiegati, manager e finanche imprenditori resteranno senza un lavoro nel futuro prossimo del nostro paese e, men che meno, possiamo immaginare in che modo potranno ricollocarsi; è plausibile tuttavia sostenere che la capacità di battere strade e imparare cose nuove e la disponibilità a mettersi discussione, possa fare la differenza tra il successo e la miseria (nel senso letterale del termine).

@massimofamularo

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*E’ una specie di Rivincita dei Nerds ai tempi del web 2.0 con rovesciamento dei ruoli poiché la “cultura” e lo stile dei nerds di una volta è dominante in google e, pertanto, attribuisce un ruolo da paria a chi ne è estraneo, in particolare per motivi anagrafici.